Diplomazia della diaspora e integrazione a Genova

Diplomazia della diaspora e integrazione a Genova *

Ricordo molto bene il giorno in cui Luigi Pampana, insieme a Sandra Morán e Greta Ricci, vennero nel mio ufficio per condividere con me l’idea di questa ricerca e per chiedermi sostegno e collaborazione. Fu l’inizio di un percorso comune, fondato sulla convinzione che promuovere integrazione, conoscenza e dialogo interculturale fosse non solo possibile, ma necessario. Per questo motivo, mi sento oggi particolarmente orgoglioso di essere qui e di vedere i risultati di quel lavoro collettivo concretizzarsi in questo libro.

È importante sottolineare sin dall’inizio il valore specifico di questo libro. Le interviste raccolte dalle autrici non hanno un valore puramente descrittivo o testimoniale, ma costituiscono una base empirica solida per comprendere le traiettorie migratorie, le condizioni di inserimento lavorativo, le difficoltà di integrazione e le strategie quotidiane di adattamento della comunità ecuadoriana in Italia. Il volume mette in luce con particolare chiarezza il ruolo centrale delle donne migranti, soprattutto nel lavoro di cura e assistenza alle persone anziane, un ambito cruciale per il funzionamento della società italiana contemporanea.

Il lavoro di cura non è un settore marginale. È uno dei pilastri silenziosi del welfare, in un contesto segnato dall’invecchiamento demografico, dalla riduzione delle reti familiari tradizionali e dalla crescente solitudine degli anziani. Migliaia di famiglie italiane riescono a sostenere la propria vita quotidiana grazie alla presenza costante, competente e profondamente umana delle donne migranti, in particolare ecuadoriane. Il loro contributo è economico, sociale e umano e tuttavia, come emerge chiaramente dal libro, non si traduce automaticamente in integrazione piena, riconoscimento sociale o mobilità professionale.

Per parlare di ciò che definisco diplomazia della diaspora, il cui asse centrale è l’integrazione, è necessario partire dal contesto generale nel quale si colloca l’esperienza migratoria contemporanea.

La migrazione è oggi uno dei fenomeni più dibattuti nell’agenda politica internazionale. Tuttavia, gran parte di questo dibattito continua a essere attraversato da percezioni distorte, letture congiunturali e narrazioni semplificatrici. Da una prospettiva accademica, risulta invece essenziale collocare la migrazione in una prospettiva storica e comparativa.

In questo senso, i lavori di Hein de Haas hanno contribuito in modo decisivo a smontare alcuni dei miti più diffusi sulla migrazione. L’analisi storica e comparativa mostra che la migrazione internazionale si è mantenuta relativamente stabile attorno al 3% della popolazione mondiale e che il periodo di maggiore intensità migratoria si colloca tra il 1850 e il 1913. Come evidenziano Timothy Hatton e Jeffrey Williamson nella loro opera The Age of Mass Migration, citata da De Haas, in quel periodo circa 55 milioni di europei emigrarono dall’Europa verso le Americhe e l’Australia, in un contesto di profonda trasformazione economica e sociale legata all’industrializzazione.

Questo dato storico è rilevante perché permette di introdurre un secondo elemento chiave: la migrazione è quasi sempre accompagnata da intensi dibattiti sociali su identità, appartenenza e integrazione. Nel corso della storia, fasi di forte mobilità umana hanno coinciso con momenti di rapido cambiamento — industrializzazione, urbanizzazione, crisi economiche, trasformazioni tecnologiche — che tendono a generare tensioni sociali e discorsi di ripiegamento identitario.

Un esempio emblematico si colloca nell’Europa di fine Ottocento, quando lavoratori italiani emigrati in Francia furono impiegati in settori ad alta intensità di manodopera, come le saline, strutture dedicate all’estrazione del sale attraverso l’evaporazione dell’acqua marina in grandi bacini. In un contesto segnato da competizione lavorativa e crisi sociali, si verificarono episodi di conflittualità che la storiografia interpreta oggi come espressione di tensioni tipiche di società in rapida trasformazione. Tali fenomeni non vanno letti come anomalie nazionali, ma come dinamiche ricorrenti in contesti di cambiamento strutturale.

Il Novecento ha mostrato in modo ancora più evidente come crisi profonde — economiche, politiche e identitarie — possano favorire ideologie escludenti e processi di stigmatizzazione dell’“altro”. Questo quadro storico consente di comprendere che le difficoltà di integrazione non derivano da caratteristiche specifiche di determinati gruppi, bensì da dinamiche sociali strutturali, che riemergono in fasi storiche diverse.

Oggi l’Europa attraversa nuovamente una fase di profonde trasformazioni: invecchiamento demografico, riconfigurazione geopolitica, accelerazione tecnologica e mutamenti nei modelli produttivi. In questo scenario, non sorprende la riemersione di dibattiti intensi su identità, coesione sociale e migrazione. La letteratura specializzata evidenzia che, in contesti di incertezza, tendono a rafforzarsi discorsi nazionalisti o difensivi, che interpretano la mobilità umana come una minaccia piuttosto che come una componente strutturale dello sviluppo.

I dati empirici mostrano tuttavia che la migrazione rappresenta oggi una necessità strutturale per le società europee. Nell’Unione Europea, circa il 10% della popolazione è nata in un paese diverso da quello di residenza; la Germania presenta una popolazione di origine straniera prossima a un quinto del totale; l’Italia ospita oltre cinque milioni di residenti stranieri, pari a circa un decimo della popolazione; in Francia, si prevede che entro il 2050 vi saranno quasi tre milioni di persone in condizione di dipendenza, con un conseguente aumento della domanda di servizi di cura.

Un altro mito ampiamente diffuso è quello secondo cui la migrazione frenerebbe lo sviluppo economico o sottrarrebbe occupazione alla popolazione locale. La ricerca accademica dimostra il contrario. De Haas richiama, tra gli altri, i lavori di Donald Skeldon, secondo i quali la migrazione tende ad aumentare con lo sviluppo economico, con il miglioramento dei trasporti e delle reti di comunicazione, e costituisce una componente strutturale dello sviluppo del capitalismo stesso.

A questo si aggiunge un ulteriore equivoco: non è vero che i migranti provengano necessariamente dagli strati più poveri delle società di origine. Come mostra l’analisi di De Haas, migrare richiede risorse economiche, sociali e culturali minime e i principali flussi si attivano proprio nei paesi in cui le condizioni economiche migliorano, consentendo a una parte della popolazione l’accesso all’istruzione e la possibilità di sviluppare aspirazioni di una vita migliore in paesi più sviluppati.

Non è dunque corretto affermare che i migranti “rubino” il lavoro alla popolazione locale. In molti casi essi svolgono attività che la popolazione autoctona non è più disposta ad assumere, ma che sono indispensabili per il funzionamento dell’economia e della vita quotidiana, contribuendo in modo significativo alla produzione di ricchezza.

Le analisi macroeconomiche rafforzano questa diagnosi. La Banca Centrale Europea ha sottolineato il contributo dell’immigrazione extra-UE alla crescita del PIL dell’area euro negli ultimi anni.  Un esempio chiaro è rappresentato dalla Spagna, dove diversi studi stimano che una parte rilevante del PIL sia direttamente o indirettamente legata al lavoro dei migranti, in particolare nei settori del turismo, dell’assistenza alle persone anziane, dei servizi di pulizia e di igiene domestica e di altri servizi essenziali.

Tuttavia, questa centralità economica non si traduce automaticamente in integrazione strutturale.

A differenza della migrazione italiana in Ecuador, i cui membri hanno progressivamente raggiunto forme di integrazione ascendente — con accesso a posizioni intermedie e di leadership sociale, economica e istituzionale —, la migrazione latinoamericana in Europa non ha ancora conosciuto un processo analogo. Come sottolinea Chiara Pagnotta, questa dinamica può essere letta attraverso il cosiddetto effetto imbuto: un inserimento funzionale in settori chiave dell’economia della società di accoglienza, ma caratterizzato da scarsa mobilità sociale e limitato riconoscimento, che ostacola una piena integrazione.

Nel caso della comunità ecuadoriana in Italia, tale difficoltà si riflette chiaramente nella struttura dell’inserimento occupazionale. La comunità presenta un’elevata partecipazione lavorativa, ma una marcata segmentazione, con una forte concentrazione in lavori a bassa qualificazione e a limitata mobilità sociale: servizi alla persona e lavoro di cura (in particolare assistenza agli anziani), edilizia, servizi domestici, ristorazione, trasporti e altre attività a basso valore aggiunto.

Secondo il Rapporto sulla comunità ecuadoriana in Italia (2023), oltre un terzo degli occupati (35,7%) svolge lavoro manuale non qualificato. Si tratta di un’integrazione funzionale all’economia della società di accoglienza, ma che difficilmente si traduce in riconoscimento sociale, avanzamento di status o rappresentanza nelle gerarchie istituzionali e sindacali. In questo quadro, l’effetto imbuto tende a riprodursi nel tempo, consolidando nicchie occupazionali e limitando la mobilità sociale.

Nel contesto genovese, a ciò si aggiungono segnali di vulnerabilità: consumo problematico di alcol tra i giovani, difficoltà scolastiche, esperienze di bullismo e concentrazione residenziale in quartieri come Sampierdarena. Questi fenomeni sono indicatori di integrazione incompleta.

Il concetto chiave per comprendere questi limiti è quello di capitale sociale: reti di fiducia, accesso alle istituzioni, relazioni interculturali. Senza capitale sociale, l’integrazione resta funzionale ma non strutturale.

In questo quadro emerge una critica necessaria al ruolo degli Stati di origine. Numerosi studi mostrano che gli Stati tendono spesso a non promuovere l’integrazione come politica strutturale per vincoli geopolitici, dinamiche di nomina politica e interessi elettorali che incentivano discorsi identitari escludenti.

Queste pratiche rafforzano un’identità nazionale costruita politicamente, ma ostacolano la costruzione di capitale sociale interculturale, la formazione di un’identità interculturale e l’integrazione reale. In questo senso, la nazione è anche una «comunità immaginata», come ha osservato Benedict Anderson, e nel caso delle diaspore questa dimensione simbolica può essere gestita e modulata dallo Stato di origine. E, come ha sottolineato Abdelmalek Sayad, il migrante è spesso un «doppio assente»: non rimpiange uno Stato astratto, ma luoghi e legami concreti. Da qui l’urgenza di politiche di inclusione sociale capaci di trasformare una presenza “funzionale” in un’appartenenza piena.

D’altra parte, come accennavo all’inizio, il dibattito internazionale sulla migrazione è spesso attraversato da discorsi escludenti, xenofobi e stigmatizzanti, che emergono in alcuni importanti Paesi di accoglienza del mondo sviluppato.

È in questo contesto che la diplomazia della diaspora assume pieno significato. Essa non può essere affidata esclusivamente allo Stato, ma deve fondarsi sulla società civile e sulla comunità migrante stessa. In questa prospettiva, la diplomazia della diaspora si articola su quattro pilastri fondamentali:

1.             l’educazione, intesa come accesso all’istruzione, alla formazione continua e al riconoscimento delle competenze;

2.             l’imprenditorialità e la professionalizzazione, quali strumenti di mobilità sociale, autonomia economica e contributo qualificato allo sviluppo;

3.             la creazione di spazi di interculturalità, finalizzati alla costruzione di un’identità interculturale, nei quali migranti e popolazione autoctona possano interagire su un piano di reciprocità;

4.             la partecipazione attiva della società civile e della comunità migrante, compresa la piena partecipazione della comunità migrante all’interno della società civile del Paese di accoglienza, come condizione essenziale per la costruzione di capitale sociale, reti di fiducia e cittadinanza inclusiva.

L’obiettivo ultimo di questi quattro pilastri è quello di consentire alla diaspora non solo di integrarsi funzionalmente, anche attraverso progetti concreti e realizzabili, ma di contribuire in modo attivo e strutturale alla costruzione della società del Paese di accoglienza, favorendo processi di mobilità sociale, inclusione nel tessuto sociale e sviluppo di reti di sostegno — amicizie, matrimoni, famiglie miste — nonché l’accesso ai livelli più alti della vita istituzionale, professionale e culturale.

È in questo quadro concettuale che, dapprima nella mia qualità di Console Generale e successivamente come membro della società civile, Ambasciatore in servizio passivo, ho promosso diverse iniziative, tra le quali merita una menzione particolare il progetto del busto in onore dell’ex Vicepresidente Luis Parodi.

Il caso di Luis Parodi nasce dalla volontà di dotarsi di un simbolo della migrazione intesa come processo bidirezionale di sviluppo, capace di generare valore tanto nei Paesi di origine quanto in quelli di destinazione. Il progetto è stato reso possibile grazie al sostegno della società civile di entrambi i Paesi, l’Ecuador e l’Italia, in un’ottica autenticamente binazionale.

Figlio di un migrante ligure nato a Sanremo e trasferitosi a Guayaquil intorno al 1930, Luis Parodi si distinse fin da giovane per i suoi meriti accademici e, nel corso della sua vita, ricoprì incarichi di altissimo rilievo pubblico, tra cui quello di Vicepresidente della Repubblica, contribuendo in modo significativo allo sviluppo istituzionale e formativo del suo Paese.

Questo percorso dimostra che l’integrazione è possibile ai massimi livelli e che l’istruzione ne è il principale vettore. Il progetto Parodi è stato realizzato grazie alla società civile e a una rete di sostegno che ha saputo preservarne il senso e gli obiettivi, superando difficoltà che hanno richiesto chiarezza, coerenza e una ferma difesa dell’integrità dell’iniziativa. Tale esperienza conferma che una leadership comunitaria responsabile, fondata sulla trasparenza e sull’impegno civico, può risultare più efficace di interventi puramente istituzionali ed essere meno esposta a derive opportunistiche.

Per quanto riguarda l’Italia, il progetto ha potuto contare, da un lato, sul contributo attivo della società civile, con l’impegno di persone quali Luigi Pampana, Sandra Morán, Jessica Reto, Danilo Lissei, Professoressa Luciana Morabito, i professori Marco Gaspari ed Enrico Ivaldi, e di molti altri, nonché di istituzioni come il Kiwanis.

È stato inoltre fondamentale il sostegno istituzionale sia della precedente amministrazione comunale, nella persona dell’allora Sindaco Marco Bucci e del suo team, in particolare Marta Brusoni e Lorenza Rosso, nonché dell’allora Presidente del Consiglio comunale, Carmelo Cassiba, che hanno accompagnato le fasi iniziali dell’iniziativa. A tale proposito, mi permetto ricordare che l’annuncio ufficiale di approvazione del progetto fu effettuato congiuntamente nel febbraio dello scorso anno presso il Palazzo Tursi.

Il progetto ha potuto contare anche sul contributo del Consigliere regionale Matteo Campora e della nuova Amministrazione guidata dalla Sindaca Silvia Salis. In tale contesto si colloca inoltre l’incontro istituzionale svoltosi nel mese di luglio scorso con il Consigliere comunale Simohamed Kaabour, a conferma della continuità del supporto istituzionale al progetto al di là degli avvicendamenti politici.

Nel novembre scorso, conclusa la fase di coordinamento svolta in forma volontaria e ad honorem, ho proceduto alla consegna formale del busto a Gianfranco Segale, membro del gruppo dei donatori — composto da famiglie ecuadoriane di origine italiana che hanno finanziato il progetto —, presso l’abitazione della scultrice Sara Romeo a Genova, completando così tutte le fasi operative del progetto. In vista della cerimonia di collocazione, ho inoltre ritenuto necessario richiedere alle autorità competenti di entrambi i Paesi che la partecipazione all’evento sia riservata esclusivamente alle persone, alle istituzioni e alle organizzazioni della società civile che hanno effettivamente contribuito alla realizzazione dell’iniziativa, al fine di preservarne il carattere civico, culturale e simbolico ed evitare qualsiasi strumentalizzazione politica o utilizzo a fini di interesse particolare.

Il progetto si configura così come un esempio concreto di cooperazione dal basso, sostenuta da un dialogo costruttivo con le istituzioni, di dialogo interculturale e di diplomazia della diaspora, il cui riflesso più evidente si ritrova anche nella presentazione di questo libro, dedicato ai percorsi di integrazione e alla costruzione di coesione sociale.

Conclusione

La migrazione è inevitabile, indispensabile e strutturale. Senza integrazione non vi è coesione sociale. 

Integrare significa permettere ai migranti di contribuire al massimo delle loro capacità. Quando ciò avviene, vincono entrambe le società. Integrare non significa tollerare la presenza dell’altro, ma creare le condizioni affinché ciascuno possa contribuire pienamente alla società comune.

La diplomazia della diaspora, così come qui intesa, si articola dunque su quattro pilastri strategici e operativi: educazione; imprenditorialità e professionalizzazione; creazione di spazi di interculturalità e costruzione di un’identità interculturale; e partecipazione attiva della società civile e della comunità migrante. In questo quadro, il progetto del busto in onore di Luis Parodi – la cui cerimonia di collocazione è prevista a Genova nel 2026 – rappresenta un esempio concreto e verificabile di diplomazia della diaspora guidata dalla società civile.

Il progetto del busto non è un semplice atto commemorativo, ma un’iniziativa promossa dal basso, sostenuta dalla società civile e dalla comunità migrante di entrambi i Paesi, che utilizza il simbolo, la memoria e la cultura come strumenti concreti di integrazione, costruzione di capitale sociale e riconoscimento reciproco tra la diaspora e la città di Genova.

* Presentazione dell’Ambasciatore (SP) Gustavo Palacio Urrutia
nel lancio del libro Donne ecuadoriane. Integrazione in Liguria di Sandra Morán e Greta Ricci. Genova, 19 gennaio 2026.